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  • grandezecky6

Kagel: Staatstheater • Kagel

Aggiornato il: 19 set 2019

Parto dalla fine: «’Staatstheater’ sarà mai un’opera di repertorio?», se lo è domandato il musicologo che ha compilato l’occhiello informativo del website del Theater Bonn per le rappresentazioni che ci saranno più o meno tra un anno. Mauricio Kagel voleva raggiungere due obiettivi con ‘Staatstheater’: «A) eliminare gli orpelli (musicali? teatrali? tutti e due? non è chiaro) che inficiano il mondo opera lirica: non è una forma musicale da museo, ma una nuova forma di spettacolo che B) rompe la prospettiva musicale operistica per dare la possibilità di rappresentare nuovi lavori come questo anche in teatro piccoli, poiché non sono richieste ‘forze’ in campo particolarmente numerose». Beh, diciamo che non è proprio così: basterebbe vedere l’enorme quantità di esecutori che si avvicendano nei singoli ‘pannelli’ operistici previsti da Kagel. L’elenco dei ‘pannelli’ (o atti? o sketch?) sono nello scan più sotto. E anche i cantanti che sono coinvolti non sono proprio degli studentelli o artisti freschi di concorsi: io cito solo quelli che più conosco, come Ursula Boese, Lisa Bosabalian, Ursula Koszut, Elisaberth Steiner, Richard Cassilly, Franz Grundeheber, Kurt Moll, William Workman (ma l’elenco completo è sempre nello scan sotto).

L’orchestra non è enorme, anzi, ma deve essere di qualità straordinaria, con un numero impressionante di strumenti che in orchestra non ci sono: percussioni in numero sovrabbondante, di fogge e dimensioni diverse; ukulele; basso messicano; tamburo ad acqua; rete metallica percossa; cerchioni d’auto metallici percossi; due gueros messicani di 6 metri ciascuno; 8/10 tamburelli legati al corpo di una danzatrice (o danzatore) che vengono ‘percossi’ da due orchestrali; tavola da indossare tipo-uomo-sandwich con 63 chiodi piantati a diversa altezza e suonati con un archetto da violoncello; tavola lavapanni sfregata con delle barrette di legno; elastici di enorme lunghezza che (una volta tirati e pizzicati) procurano suoni molto bassi; un incudine ‘wagneriano’ dal ‘Siegfried’; un tavolo con 6 grosse e lunghe piedi/molle e che si muove poggiandosi sulla schiena un mimo; vari battipanni percossi; un numero imprecisato di tubi, sottili e grossi, dentro i quali soffiano i mimi; lunghe molle percosse dagli strumentisti orchestrali; una custodia di chitarra aperta e percossa; un disco di plexiglass grande come una racchetta da ping-pong che viene schiacciata contro il viso di un orchestrale che deve emettere suoni con la voce mentre percuote lo stesso plexiglass con una bacchetta di vetro; cerchi in metallo – omaggio a Moebius – che, poggiando sui piedi dei mimi, si sollevano e vengono sfregati da delle lunghe bacchette di legno; un largo tamburo nascosto sotto la maglia di un altro mimo che grida ‘mea culpa!’; un casco di materiale plastico simile ai contenitori delle uova indossato da un mimo che ci deve cantare dentro mentre (tutto vero!) un secondo mimo deve cercare di infilargli le dita negli occhi. E ovviamente gli strumenti musicali dell'orchestra, sia in buca che sul palco. Non possono mancare i suoni elettronici, emessi dal proscenio grazie ad una regia audio esterna tramite due enormi altoparlanti.

L’elenco scritto così fa sorridere (anzi, fa proprio ridere), ma ancor più sono le situazioni paradossali che Kagel crea per quest’opera provocatoria: gesti teatrali che imitano situazioni del ‘Lohengrin’, ‘Rheingold’, ‘Rosenkavalier’ e – dalla foto del libretto del box DGG – cantanti in costume (ricordando Verdi) di Radames, Rigoletto, Frate Guardiano, (ricordando Donizetti) di Edgardo, (ricordando Gounod) di Faust, (ricordando Bizet) di Carmen, (ricordando Mozart) della Contessa d’Almaviva, (ricordando Rossini) di Rosina, (ricordando Wagner) di Lohengrin e Sigfrido, (ricordando R. Strauss) della Marescialla e di altri cantanti in costume dei quali non riconosco il personaggio (mi spiace).

È chiaro l’intento non tanto di irridere il mondo dell’opera, ma di destrutturare l’opera, lasciando che siano strumenti musicali veri o inventati sul momento (le voci in realtà partecipano piuttosto ‘poco’ all’azione scenica, demandata più ai mimi ‘carichi’ o ‘oppressi’ dagli strumenti musicali) ad evocare azioni, situazioni, immagini. Tanto per intenderci: vengono mimate parti di opere care al repertorio più popolare, senza però alcuna sillaba del testo originale, ma solo dei fonemi che ‘ricordano’ ‘Fidelio’, ‘Freischütz’, ‘La sposa venduta’, ‘Il trovatore’, ‘Orfeo ed Euridice’. Ectoplasmi sonori…

L’opera non piacque a gran parte del pubblico di Amburgo: «Questa cosa non è divertente!», è probabilmente la frase più gentile che si era sentita alla prima. Ma è un segno dell’imminente destrutturazione/ribellione a tutto ciò che era ‘sacro’ o ‘sacrale’ per un pubblico di fedeli/fan. Un esempio scandaloso si era appena visto alle Olimpiadi di München (1968), con i Black Panther vincere le gare e salire sul podio e alzare il pugno ‘neroguantato’… figuriamoci: se politicizzare le Olimpiadi fino a quel punto era come portare concime fresco in chiesa, l’opera lirica poteva benissimo polverizzarsi, dissolversi e (a Dio piacendo) rigenerarsi in qualcosa di nuovo e originale. Non lo dice uno qualunque, ma ‘profeticamente’ Pierre Boulez a ridosso la première di ‘Staatstheater’: «Il futuro dell’opera consiste nella distruzione del teatro d’opera». Amen. Forse voleva dire ‘sminuzzare’, ‘sbriciolare’, ‘atomizzare’ l’opera lirica… almeno lo spero.

Io di solito accetto le provocazioni, se sono intelligenti e suscitano stupore (non scandalo), e ‘Staatstheater’ mi sembra una provocazione solo a metà. L’altra metà è puro ‘attivismo’ dell’avanguardia musicale di quegli anni, magari interessante, ma non certo memorabile e sicuramente oggi ‘storicizzata’ e ‘imbalsamata’ anche più di un’opera barocca di terzo livello. È indicativo che una ricerca di crowfunding attivata dall’OperaLab Berlin nel 2017 per la realizzazione del DVD di questo lavoro tratto dalle loro recite si sia fermato a meno della metà della cifra richiesta (che non era nemmeno esagerata per il tipo di media, 7.835 dollari… se l’avessi scoperto in tempo, probabilmente avrei fatto anch’io un’offerta: forse ‘vedere’ questo lavoro è più utile che il solo sentirlo). Il DVD non c’è: ‘profeticamente’ i melomani hanno scelto di finanziare altro, e ‘profeticamente’ lo Staatsoper Hamburg pochi mesi dopo la première di 'Staatstheater' ha deciso di produrre un film col ‘Zauberlöte’ diretto da Horst Stein, pieno di cianfrusaglie teatrali, ma molto ben eseguito. Con buona pace di Boulez, amen.


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